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Premessa. Un panorama complesso.

Moderno, contemporaneo, postmoderno
     
I  moderni  si  sono  riconosciuti diversi dagli  antichi  e  si  sono
chiamati  moderni. Il termine, dal latino medievale modernus,  aveva
all'inizio  solo un valore cronologico: stava a indicare ci  che  era
presente, l'attualit rispetto al passato.1 Ben presto,  per,  la
parola  modernit  (e quindi l'aggettivo moderno)  ha  assunto  un
significato  stabile  ed  stata usata per indicare  un  particolare
modo  di  pensare e un'organizzazione della conoscenza  fondata  sulla
razionalit scientifica (si pensi a Descartes): in questo senso  -  in
qualsiasi momento della storia dell'uomo - l'attributo della modernit
viene indissolubilmente legato a fatti come il razionalismo cartesiano
o  la  scienza  di Galileo e di Newton. Quando, nella prima  met  del
diciannovesimo  secolo, la modernit  entrata in  crisi,  coloro  che
venivano dopo i moderni si sono chiamati contemporanei.
     Dal  punto di vista linguistico l'operazione  analoga  a  quella
dei  moderni nei confronti degli antichi: contemporaneo  ci  che
accade ora, in questo momento.
     Ma  il  termine contemporaneo non ha avuto la stessa  sorte  di
moderno  e  non  ha  potuto raggiungere  la  stessa  stabilit  di
significato,  perch nella cultura del diciannovesimo e del  ventesimo
secolo    venuto  a  mancare un qualsiasi elemento  di  unificazione,
capace  di  ridurre  a  un denominatore comune la  molteplicit  degli
aspetti  e  delle  manifestazioni di  questa  cultura.  La  modernit,
nonostante  la contrapposizione netta al suo interno fra  razionalismo
ed  empirismo,  aveva  trovato  nella razionalit  scientifica,  nella
conoscenza  di tipo matematico, nella fiducia nel progresso,  elementi
capaci di accomunare le posizioni pi diverse.
     Chi,  invece,  nell'Europa della prima  met  del  diciannovesimo
secolo  abbia cercato un elemento comune a Hegel, a Schopenhauer  e  a
Comte  -  al  di l di un generico amore per la conoscenza  e  per  la
verit  -  ha potuto trovare solo il dato cronologico - preciso,  ma
poco significativo - della contemporaneit. La difficolt di trovare
un  elemento  unificatore del sapere  andata crescendo  a  causa  del
progressivo frazionamento delle conoscenze scientifiche e filosofiche.
Fra le diverse scuole, i differenti orientamenti culturali, le varie
correnti artistiche, eccetera, non solo c' stata la guerra  -  come
accedeva  anche  in passato -, ma  sorta anche una  difficolt  quasi
insormontabile a comunicare.
     
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     Il   termine   contemporaneo,  pertanto,     condannato   alla
ristrettezza   del   suo   significato   cronologico:   Rosmini    era
contemporaneo  di  Leopardi  come  Caino  lo  era  di  Abele,   e   il
materialismo   dialettico  sovietico     stato   contemporaneo   di
Wittgenstein,  o  il realismo socialista dell'astrattismo,  come  sono
stati contemporanei Cicerone, Cesare e Pompeo.
     L'unico  dato che ha realmente unificato gran parte della cultura
degli  ultimi  due  secoli - con le dovute, significative  e  numerose
eccezioni  -    stato  l'andare oltre la modernit  per  metterne  in
discussione  le  strutture  concettuali, proprio  a  partire  da  quei
settori che avevano svolto un ruolo fondante del pensiero moderno:  la
matematica, la fisica e la logica.
     La  cultura dell'Occidente sembra spaccarsi in due tronconi l'un
contro   l'altro  armati:  la  cultura  umanistica   e   la   cultura
scientifica,  la retorica e la logica2 (ciascuno dei quali  poi  -  al
proprio  interno  -  si  articola in una  miriade  di  scuole  e  di
correnti).
     Quindi  la  mancanza  di  un  termine che  definisca  in  maniera
unitaria  queste  culture  e questa epoca  non  deriva  certamente  da
difficolt  linguistiche,  cio  dalla  impossibilit  di  coniare  un
neologismo, ma deriva, essenzialmente, dalla impossibilit di  pensare
quest'epoca  in  maniera  unitaria.  Nell'Et  moderna  abbiamo  visto
contrapporsi  filosofie molto diverse fra loro - si pensi  solo,  come
abbiamo gi detto, al grande scontro fra empirismo e razionalismo -,
abbiamo  assistito  alla lotta poderosa fra la Chiesa  e  la  scienza:
eppure  non    stato difficile cogliere la presenza  di  un  elemento
unificatore, di una sorta di Spirito della modernit che  viveva  in
Hobbes e in Descartes, nei Gesuiti e in Galileo.
     La  cultura (e la filosofia) dagli antichi ai moderni  stata
come  un  grande  fiume, agitato dalle correnti pi diverse,  spesso
opposte e formanti gorghi, ma che comunque scorreva in un unico alveo.
Quando il fiume si divide in un immenso delta, i cui rami diventano di
giorno  in giorno pi numerosi, si fa sempre pi difficile cogliere  e
definire  il  carattere  unitario della  filosofia  e  della  cultura.
Restano  termini generalissimi e astratti - quali, ad esempio uomo  (o
Dio)   -   che   richiamano   l'immagine   dell'unica   sorgente   che
ininterrottamente alimenta il fiume (della cultura, della conoscenza e
della filosofia); oppure resta la definizione - relativa e instabile -
di contemporaneo, nel suo significato esclusivamente cronologico.
     Ma  se  al  termine  contemporaneo attribuiamo  un  significato
esclusivamente  cronologico, e lo rapportiamo a noi  che  scriviamo  e
leggiamo  alla fine del ventesimo secolo e agli inizi del ventunesimo,
non possiamo assolutamente definire contemporanei uomini e avvenimenti
degli inizi del diciannovesimo secolo, ed  difficile accettare che la
storia contemporanea inizi con il Congresso di Vienna del 1814 e che
la  filosofia  contemporanea comprenda pensatori come  Schopenhauer,
che  pubblic  Il  mondo  come  volont e rappresentazione  nel  1819.
Naturalmente possiamo sentire vicini alla nostra sensibilit  problemi
e  soluzioni  proposti molto tempo fa (e allora non solo Schopenhauer,
ma  anche  Giordano Bruno e Platone possono essere considerati  nostri
contemporanei),
     
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     cos  come  molti pensieri, proposte e comportamenti  dei  nostri
giorni ci possono apparire decisamente superati e antichi.
     Negli  ultimi  anni  invalso l'uso della parola postmoderno  per
indicare le manifestazioni pi recenti (contemporanee!) dell'arte  (in
particolare  dell'architettura). Noi pensiamo che questa parola  possa
essere  utilizzata per definire gran parte della cultura degli  ultimi
due  secoli. Essendo infatti un lemma costruito sull'aggettivo moderno
pu  assumerne la stessa stabilit. Ci significa che  la  modernit
resta  un punto di riferimento ineliminabile anche dopo la sua crisi
e  la  sua  fine. Al tempo stesso, postmoderno  un termine  che  ha
l'ambiguit necessaria per indicare sia la continuit sia la  frattura
con  il moderno: infatti pu riferirsi a ci che viene dopo il moderno
e  che    nuovo,  anzi,  spesso completamente  nuovo,  rispetto  alla
modernit;  ma  pu indicare anche la sopravvivenza di  elementi  di
modernit nella cultura successiva.
     La nostra situazione, quindi,  molto diversa da quella in cui  i
moderni  potevano  parlare di se stessi come nani  sulle  spalle  dei
giganti: in questi due secoli la modernit non ha preso sulle  spalle
nessuno, ma ha continuato a imporre la sua presenza di gigante, contro
la  quale  hanno  combattuto,  o  alla  quale  si  sono  autonomamente
affiancati,  nani  alcuni  dei quali sono  diventati  a  loro  volta
giganti.
     Quello   della  filosofia  dell'Ottocento,  ma  soprattutto   del
Novecento,   insomma un panorama estremamente complesso, che  mal  si
presta a schematizzazioni e a sintesi; e proprio per questo offre  una
situazione ricca di stimoli e di suggestioni.
